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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Scrivo da sempre, dall’infanzia, in maniera naturale. Poi, negli anni, ho imparato ad addestrare quella che era una predisposizione inconsapevole, “la cosa che sapevo fare bene”. Verso i vent’anni, grazie al confronto con amici appassionati di letteratura, ho capito meglio chi ero, o forse, chi volevo essere, quale volevo che fosse la mia voce. Il resto del tempo l’ho speso a diventare o chi ero e chi sono.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

C’è una parte più ampia della mente cosciente che collabora con la mente cosciente alla scrittura; col tempo, il modo di fare di questa mente prima, in me, è diventato sempre più progettuale. A vent’anni scrivevo frammenti, oggi scrivo per progetti, in poesia come in prosa. E’ l’agenzia interiore che è capace di mettere da parte, due anni prima, esattamente l’articolo di giornale con la frase o l’informazione che ti serve, molto prima che tu sappia coscientemente a cosa ti servirà. In un certo senso, addestriamo noi stessi.
Poi c’è la progettualità immediata, evidente, della mente cosciente: la struttura della raccolta, lo schema del romanzo. Col tempo, per me il progetto è diventato liberatorio. Qualche anno fa, prima di scrivere un romanzo, avevo un’idea generale della trama. Oggi, prima di scrivere un romanzo, so esattamente a cosa mi serve ogni capitolo, quali sono le forze che si scontrano. Il che non toglie che strada facendo si possano avere delle sorprese. Anzi. Il fatto di elaborare prima il percorso consente di concentrarsi in modo molto più libero e spontaneo sul flusso della scrittura.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Non sono mai stata una persona abitudinaria, e del resto, il mio tipo di vita non me lo permetterebbe. Fino ai ventisette anni ho scritto quasi solo poesia, e quindi ho sempre dato per scontato che nella mia vita, insieme alla scrittura, ci sarebbe stato il lavoro, dato che vivere solo di poesia è irrealistico. Oggi, l’idea di vivere solo di scrittura – di prosa, di romanzi, o del cosiddetto “indotto” - mi sembra a volte affascinante, ma anche inquietante: dove va a finire la libertà di non scrivere, di aspettare l’occasione, di essere fedeli o infedeli a se stessi? Per altro, conciliare poesia e lavoro è facile; prosa e lavoro, molto meno, e la fatica spesso si fa sentire. Ma io, oltre a scrivere, amo vivere nel mondo, e credo che il lavoro mi abbia insegnato, con una disciplina quotidiana, a stare nel mondo, anche quando non vorresti.
Considerando un altro aspetto della questione, a volte ci sono periodi in cui non si scrive, non per libertà o scelta, ma perché bisogna aspettare. Imparare a riconoscere e rispettare questi tempi non morti richiede tempo, esperienza.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Di niente, in realtà. Preferisco il silenzio e la riservatezza, ma spesso ho scritto in circostanze molto diverse. L’unica abitudine che ho è portare sempre con me un quadernetto per annotare le idee improvvise.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Ogni scrittore nasce forte lettore, ed è dalla bellezza della letteratura del passato che nasce il desiderio, magari un po’ folle, di creare la bellezza della letteratura del futuro. Per altro, io non sono portata al divismo o all’adorazione cieca, non lo sono mai stata, neanche da adolescente. Ho opere che ho amato moltissimo, diverse secondo le età. Qualcuna oggi mi colpisce allo stesso modo, altre in modo diverso. Credo sia normale.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Non so se ci siano dei luoghi fisici di questo tipo, oggi. Naturalmente è più facile stabilire rapporti stretti con chi si può frequentare nella vita, ma questo non è necessariamente vero: alcune delle mie maggiori amicizie letterarie, ad esempio quella con Giulio Mozzi, sono nate a distanza, forse proprio grazie alla distanza, quando la distanza “era tutta campagna”, vale a dire, prima della Rete. Naturalmente, la Rete, come dice la tua domanda, è un grande luogo trasversale. E poi c’è un luogo intermittente, provvisorio, ma prezioso, che sono I festival della letteratura, dove spesso si ha l’occasione di incontrare vecchi amici, e a volte nuovi amici.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

La letteratura era il mio desiderio. Era naturale che volessi farne la mia vita.

La ringrazio e buona scrittura. 

Grazie a te.


Laura Pugno è nata nel 1970. Ha pubblicato due romanzi, Quando verrai (Minimum Fax 2009) e Sirene (Einaudi 2007), premio Libro del Mare 2008 e Premio Dedalus 2009; una raccolta di racconti, Sleepwalking (Sironi 2002); due libri di poesie, Il colore oro (Le Lettere 2007, con fotografie di Elio Mazzacane) e Tennis (NEM 2002); e i testi teatrali di DNAct (Zona 2008). In autunno uscirà una nuova plaquette di poesia, “gilgames`” (Transeuropa), accompagnata da un cd del gruppo Kobayashi.


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