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Snobismo del lettore forte

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Di Giovanni Ragonesi

Rispetto agli altri paesi europei, o quantomeno rispetto a quelli con cui spesso vorremmo confrontarci, il nostro paese registra l’ennesima anomalia. Quella di un mercato del libro molto particolare. Un mercato in cui a non leggere è all’incirca il 47% della popolazione. A leggere e comperare, nelle più diverse forme che comprendono edicole e giornali e siti web, è il rimanente 53%. All’interno di questo range di lettori si ritagliano uno spazio i cosiddetti lettori forti, quelli che invece al libro all’anno da lettore medio da statistica ne aggiungono altri 36, come minimo.

Questi lettori, di cui buona parte dei qui presenti probabilmente fa parte, si muove a piede libero qua e là per la penisola, tra presentazioni, aperitivi etnici, linee metropolitane, panchine dei parchi e librerie. Le librerie prescelte da questa categoria spesso non appartengono a catene o franchising vari e sono quelle isole indipendenti e in via d’estinzione in cui l’ordine, l’acquisto e il lay-out degli spazi seguono linee trasversali e civettuole e coniugano – o tentano di farlo – l’onere commerciale a un sontaghiano gusto per le idee, il tutto infarcito da uno squisito snobismo.

In una di queste librerie ho lavorato per qualche tempo e ho visto e vissuto sotto i miei occhiali “la piazza” in cui si incontrano libri, lettori, editori, agenti, distributori, malcapitati e dispersi.
E da quella che è stata la mia non lunga – ma vigile e partecipata – esperienza, posso affermare – e ne ho le prove – che a dare la cifra stilistica a queste isole, oltre ad un maggiore uso dei congiuntivi, è lo snobismo. Ma lo ripeto: uno snobismo squisito. Di certo buffo, come lo sono tutte le forme di snobismo. Pretenzioso, ed è inevitabile. Elitario (e su questo Gramsci ha detto molto e pure Paolo Landi ha aggiunto la sua). Tutti o quasi con la convinzione di avere in testa, e spesso anche nel cuore, qualcosa in più.
Ad esempio in pila sui banchi da noi ci trovavi la Valeria Parrella appena uscita che sovrastava in altezza la pila della Allende. Camilleri si vendeva più di Dan Brown, o quantomeno questo si dichiarava alle cene Mondadori. Se un titolo da Iperborea si spostava da Feltrinelli, malgrado tutto l’amore, si riordinava, giacenze permettendo, ancora in formato rettangolare allungato. Sellerio come il pane e poi al blu ci puoi affiancare di tutto. Vespa non esposto, ché tanto lo chiedevano comunque. Marc Auge’ vicino alla cassa, fianco a fianco con l’allegria moderata di Cipolla. Che Omero possa essere stato nel Baltico per nessuno era un mistero e c’era sempre qualcuno tra noi (librai, guai a chiamarci commessi!) che sapeva rispondere, anche attraverso le vie più a latere, a richieste che potevano spaziare dall’arte cimiteriale ai giochi matematici alla corte di Carlo Magno passando per i giardini di Vita Sackeville-West

La gente da noi veniva a passeggiare la domenica pomeriggio come fosse Regent’s Park, ed era un pascolare e mescolarsi di avvocati e magistrati, ragazzi malvestiti con le diottrie iperstellari e jeunes filles en fleurs, qualche comico televisivo e brillanti studenti di scienze politiche, il pensionato immerso nella scrittura dei suoi memoires alla ricerca di ispirazioni e la moglie titolata che si presentava coi dolcetti della pasticceria del quartiere, il tassista con una delle biblioteche di gialli più esaustive della storia e le sorelle Malaguti che poi dovevano andare alla messa, insegnanti medi elementari e superiori e c’era pure, di tanto in tanto, l’unico docente che mi aveva rimandato a un esame universitario: il tutto sullo sfondo di un delicato, ma a tratti stridente, jazz d’ultima elucubrazione, alternato, quando era il momento per me di prendere il comando, a una elettronica molto nordica e a tratti sinfonica, sempre che non fosse il momento per Radio3.
L’immagine stereotipata del libraio non esisteva però neanche per noi. Mai a starsene seduti con un libro sulle ginocchia e l’aria assorta e un po’ imbronciata. Si era sempre a mettere a posto, fare spazio, faxare ordini, contabilizzare rese, rispondere ai clienti, sballare piramidi di colli, sempre con elastici al polso e un cutter nella tasca dei pantaloni; i neuroni poi sempre all’erta per linkare all’inverosimile: quasi una gara per sfondare la velocità delle fibre ottiche e ristabilire il primato umano.

Ma leggere? Così tanti libri e così poco tempo… Bisognava ottimizzare e non solo sul classico water. Però il difficile era l’autobus: non tutti i libri si possono sfoggiare sulla linea 13: si ha una reputazione da mantenere. Eppure certi titoli bisogna pur leggerli, magari senza fare sapere quando. Per cui Piperno, camuffato con una sovraccoperta di un vecchio Laterza (che duro il lavoro di repackaging), ha allietato - malgrado D’Orrico - il tragitto per una o due settimane. Meglio è andata a Goliarda Sapienza che invece ha fatto mostra di sé nella sua veste di Stampa Alternativa, non solo sul 13 ma pure in treno. McEwan ovunque, senza pudore. Col classico certo che non si sbaglia mai, ma se poi è quel nuovo Goethe rispolverato da Medusa allora signori miei la perfezione non è solo una idea. Certo ogni tanto si poteva osare con un Carofiglio dato che l’ultimo Sjöwall e Wahlöö era terminato, ma se nel frattempo si teneva in bella vista anche il Diario di Alice James allora quella lettura aveva una raison d’être in più.
Una gran fatica, lo sappiamo. Una gran complicazione, ed è fin troppo evidente. Ma nessuno ha mai pensato che la vita da lettore è cosa semplice, tantomeno quando si ha l’onere, non ricercato ma ricevuto, quasi euripideianamente, di venire collocati tra i forti.

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Commenti

Non so voi, ma a me questo articolo di Giovanni ha dato una sensazione: trovare nero su bianco ciò che penso da tempo, con parole lucide e senza ambiguità.

Complimenti per l'articolo, ma non sono d'accordissimo con l'autore.

Io sono un lettore forte, visto che leggo più di 50 libri l'anno, ma onnivoro: leggo di tutto dai tascabili da edicola (Giallo, Segretissimo, Urania, Epix, ecc.) alle costose ultime uscite in hardcover, dai libri ormai fuori catalogo e reperiti di seconda mano alle bancarelle o su ebay agli ebook gratuiti e ho conosciuto online molti miei simili (non nel mio paese, perchè vivo nella regione con meno lettori d'Italia).

Non mi vergogno di farmi vedere sul treno a leggere l'ultimo Stephen Gunn: sono una mosca bianca?

Valentino Colapinto

Anch'io non credo che si debba cedere allo snobismo: o meglio, si deve essere snob perché i libri da leggere li si deve scegliere (d'accordo uno legge decine di libri all'anno, ma non può leggere tutto e la selezione va fatta) e non tutto fa brodo; ma non si deve essere snob perché puoi esibire anche alla riunione di dipartimento il libro che stai leggendo, qualsiasi cosa sia. Anzi: chi ha il coraggio di andare con Coelho o Marc Lévy a una riunione di dipartimento? Sarebbe un beau geste. Poi la volta dopo si può andarci con Svetonio tradotto in inglese, ma quella volta con Coelho sarà impagabile.

oh, io non so se è vero ciò che è scritto nel pezzo, ma è così gustoso che credo sia vero. bellissimo dalla R iniziale al punto finale.

io sono molto snob ad esempio( anche se forse è uno snobismo diverso, ma il 'diverso' ora è argomento di moda perciò), e lo dico senza vergognarmene. non compro mai i libri che vengono osannati da tutti. non so perché ma i libri troppo letti mi fanno venire l'orticaria.
compro a sentimento, senza preoccuparmi del 'nome' che l'autore ha e del credito che ha sviluppato. sull'autobus posso anche leggere Topolino o Linus. Snoopy è sempre un mito per me.
Grazie della bella lettura.

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