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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito. 

Anzitutto buongiorno a lei e a tutti i lettori di Sul romanzo. Mi sono avvicinato alla scrittura in età giovanissima. Ho avuto la fortuna di abitare, negli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, vicino ad una grande biblioteca civica, quella di Cavenago Brianza. Poiché mio padre lavorava quale segretario comunale, il nostro appartamento era interno alla villa Rasini, sede del comune e della biblioteca. Così, tutte le sere, mi prendevo in prestito questo o quel libro, e lo leggevo durante la giornata. Ho immagazzinato tantissime immagini e ricordi, soprattutto per merito dei romanzi di Emilio Salgari, ma anche di saggi storici come la versione integrale della Seconda Guerra Mondiale di Churchill (ahimè, attualmente non più disponibile sul mercato). Ho cominciato a scrivere a 9-10 anni, servendomi di una macchina da scrivere Olivetti, una lettera 32 prestata da mio padre. All’inizio si trattava di brevi racconti, poi verso i 15 anni ho buttato giù alcuni inizi di romanzi mai portati a termine. Infine ho completato il primo romanzo a 20 anni. No, non è mai stato un caso fortuito. Ho sempre desiderato inventare storie, raccontare, sviluppare percorsi, corsie parallele, forse perché affascinato dai colpi di scena, dalle sorprese, dal senso di stupore che una storia può sempre comunicare al lettore.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Difficile da dirlo, così su due piedi. Fidarsi del solo istinto implicherebbe la partenza verso un lungo percorso, senza sapere dove finire. La razionalità mi serve necessariamente, devo sapere dove parto e dove intendo arrivare, qual è la direzione del o dei percorsi. Riferendomi, ad esempio, all’ultimo romanzo “Confessioni di un evirato cantore”, la scelta di avvalermi di tre io narranti, alternati a seconda delle circostanze (maturata durante la sesta stesura), si è resa necessaria per sviluppare il percorso narrativo costringendo il lettore a riflettere e domandarsi cosa diavolo stesse accadendo, ma per farlo dovevo aver acquisito tutti gli elementi tecnici (storiografici, di costume del periodo di narrazione, di ambientazione, ecc.) reperibili presso varie fonti, non necessariamente narrative, quanto piuttosto di saggistica storica, opere liriche del periodo, ecc..
Poi, è chiaro, il momento della fase creativa, una volta che sono stati assimilati gli elementi tecnici acquisiti, emerge, si impone con naturalezza, ma si sviluppa, debitamente indirizzato dalle coordinate che a mano a mano sono riuscito ad acquisire.
Apparentemente sembra un meccanismo facile, ma non è così. La scrittura è un lungo lavoro di artigianato, di revisione, miglioramento continuo delle parti traballanti, perfezionamento dei punti deboli che un buon editor sa mettere in luce, un percorso difficile, che non è affatto semplice, ma che va affrontato, al fine di raggiungere il grado di pubblicabilità di un prodotto editoriale destinato alle librerie, ad essere sfogliato dai potenziali lettori, ad essere poi scelto per l’acquisto.
Per definire in concreto una giusta risposta alla domanda posta, ritengo che la parte della creatività debba per forza contemperarsi con quella razionale. Non posso indicare percentuali, ma credo che un’equa divisione, con una leggera prevalenza per l’istinto creativo, debitamente sorvegliato affinché non esca dalle briglie di un disegno complessivo, possa rappresentare la più equilibrata delle formule.

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Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Poiché non vivo di scrittura, ma lavoro in tutt’altro settore (la pubblica amministrazione locale), devo fare i conti con il poco tempo libero a disposizione. E darmi delle scadenze. Ci sono quindi dei periodi in cui leggo, e tanto, per documentarmi sulla materia dedicata dal romanzo: articoli di giornale, saggistica, e così via. Ma anche romanzi che possano fornirmi, se necessario, suggerimenti di stile o di tecnica narrativa. Per esempio, per “Confessioni di un evirato cantore”, mi sono avvalso dei documenti custoditi presso vari archivi storici, ma anche di ricerche universitarie, libretti operistici, manualistiche di diverso genere (in questo caso, avevo svolto una larga parte delle ricerche tra il 1987 e il 1988 per un saggio storico locale, e ho ripreso a cercare i materiali ulteriori tra il 2005 e il 2008).
Comunque, dopo aver concluso le fasi di ricerca (ma che possono proseguire in corso di lavorazione), di solito scrivo tutte le sere, tra le 23 e l’una di notte: notebook, cuffia e musica sinfonica (evito la musica lirica; va bene la musica sacra, se però già conosco a memoria le composizioni), isolamento totale dal circondario, e vado avanti almeno facendo due-tre pagine al giorno. Poi, se ho qualche pomeriggio libero dal lavoro, dopo aver verificato se non ho altri impegni familiari, mi rifugio in un Internet caffé per lavorare, con lo stesso metodo, per circa tre-quattro ore di fila; in questo caso, cerco di evitare l’incrocio di sguardo con persone che conosco, al fine di non interrompere il flusso del racconto. Scrivo velocemente, non guardo la tastiera bensì lo schermo, pur non avendo fatto corsi di dattiloscrittura, grazie agli anni di gavetta sulla Olivetti: così vado avanti ad oltranza. Quando inizio a scrivere, cerco di rispettare una scaletta temporale, che di solito tende a slittare a causa di questo o quell’imprevisto. Ma tendo a riuscire a stare dentro i tempi che mi sono imposto. In questo senso, l’aiuto della famiglia (e di mia moglie, soprattutto) è fondamentale per riuscire a procedere senza intoppi e ritardi.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo? 

Quando scrivo nell’Internet caffé, non posso fare a meno della spremuta d’arancia e di una bottiglietta di acqua naturale. Oltre ad un buon caffè. Comunque, anche a casa, ho sempre bisogno di avere con me quei 4 o 5 cd da inserire nel notebook per andare avanti a scrivere. Non mi stacco dalla cuffia, così posso andare avanti per lunghi tratti.
Mi ricordo, proprio mentre lavoravo attorno all’Evirato, che – durante una settimana bianca in un albergo nelle colline di Vernante (CN) – in orario serale avevo bisogno di andare avanti a sviluppare il periodo vissuto dal protagonista, il cantante lirico Luigi Marchesi, nella corte reale di San Pietroburgo, solo che una sera il bar dell’albergo doveva chiudere presto; ottenni quindi il permesso di spostarmi con tutto l’armamentario in un tavolino della sala da pranzo. Attorno c’era buio, però con la luce dell’angolo della grande sala sono riuscito a concentrarmi e ad andare avanti per un paio d’ore.
Un’altra volta, mi ero trovato costretto a riscrivere (dopo l’ennesimo consiglio di ripartire daccapo, da parte del paziente editor) la scena di un agguato a Napoli, peraltro ispirata da un episodio vero, raccontato in una lettera di W.A. Mozart al padre Leopold: fortunatamente era uscito da poco tempo il romanzo “La città perfetta” di Angelo Petrella (che avevo divorato in tre giorni, notti comprese), e molti spunti su “come” dovessi ripensare alla scena sono giunti proprio dalle idee che mi aveva indirettamente suggerito proprio Petrella.
Con questo, voglio dire che la fase di scrittura (almeno per quanto mi riguarda) non è contraddistinta da aneddoti curiosi, ma più in genere da un lavoro costante sul notebook, seguito, a debita distanza di tempo, da revisioni, ripensamenti, dubbi, paure sulle criticità di questo o quel passaggio narrativo.
In conclusione, posso dire che ho sempre bisogno di ascoltare in cuffia la musica che possa accompagnarmi durante le ore di scrittura, che in questo modo volano via con una velocità incredibile. Vanno bene le sinfonie di Mahler (terza, quarta e settima, in primis), le ultime tre di Bruckner (con un debole per l’ottava), ma anche la musica pianistica, per esempio il primo libro del “Clavicembalo ben temperato” di Bach; posso anche dire di aver letteralmente consumato, durante le prime fasi di stesura delle “Confessioni di un evirato cantore”, il cd della versione pianistica di Glenn Gould del 1982 delle “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione? 

Secondo il mio modestissimo parere, dai classici non si può prescindere. Sia dei secoli scorsi sia del Novecento. Da giovane, sono cresciuto con l’opera omnia di Ignazio Silone, però sono anche passato a Balzac, Flaubert, fino ad affrontare la prima traduzione italiana di “Vita e destino” di Grossman. Solo da pochi anni, ho sviluppato la mia passione per le più recenti tendenze della narrativa: mi riferisco a Genna, ai Wu Ming, a Sarasso, Alan D. Altieri, De Cataldo, Zaccuri, Magliani, Parrella, Vasta, Lidia Colleoni, senza dimenticare Ellroy. Ma non posso prescindere da altri autori di riferimento come, anzitutto, Francesco Biamonti: devo proprio ai suoi incoraggiamenti la scelta di mettermi a scrivere, me lo ripeteva continuamente quando ci si vedeva sul treno Basilea – Nizza, e io tornavo dalla bassa bergamasca il venerdì pomeriggio, e me lo confermò durante un ultimo, indimenticabile, incontro in un pub di Soldano, all’inizio del 2000. Ovviamente conservo tutti i romanzi di Biamonti, che sono riusciti – meglio di chiunque altro – a svelare a me, lombardo di nascita, ma di famiglia ferrarese, i caratteri, non solo geografici, della Liguria di ponente. Non posso infine negare che sia sempre fondamentale la lettura dei classici, purché pubblicati in edizioni recenti, con traduzioni e grafiche di impaginazione in linea con i nostri tempi: ho faticato come un matto, per esempio, a terminare la lettura del “Doctor Faustus” di Mann, sia perché l’impianto grafico era vetusto sia perché la traduzione mostrava, ahimè, i suoi 60 anni.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito? 

Personalmente vivo a Ventimiglia, una città di confine, a poche centinaia di chilometri da Marsiglia, la terra di Izzo. La terra di Biamonti e Orengo, ma anche di Alessandro Varaldo, e che ha ispirato numerosi scrittori, da Foscolo a Sbarbaro. Ho visto che ci sono gruppi di scrittori che fanno capo ad aree metropolitane: penso a Milano, dove mi sembra trovi riferimento il gruppo di “Nazione Indiana”, oppure a Genova, dove ci sono molti scrittori di alto livello come Morchio e la Masella o a Roma, dove gravitano altri autori come Riccarelli e la Maraini. Però credo che i siti web, i blog e i social network abbiano consentito di creare più collegamenti tra autori, operatori, bibliotecari, con una facilità sicuramente impensabile, creando nuove possibilità di collaborazione.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Per me la scrittura è la più bella psicoterapia esistente. Vivo con i miei alti e bassi, i problemi di tutti i giorni, i dubbi, le preoccupazioni della quotidianità lavorativa, che però, quando torno a casa, e ritrovo mia moglie e mio figlio, spariscono subito. Così posso distendermi, e trovare più tardi l’energia per scrivere quelle due-tre pagine giornaliere, quando loro sono andati a dormire. Scrivere mi aiuta a vivere con più serenità, a focalizzare le mie tensioni in modo costruttivo, a riflettere e lavorare su un prodotto di narrazione che possa trasmettere e comunicare emozioni e contenuti, a rielaborare il più possibile di idee per migliorare il romanzo in fase di lavorazione con questo o quel perfezionamento. È fondamentale, e lo dico non solo a me stesso ma anche e soprattutto ai tanti aspiranti scrittori, non ritenere di aver realizzato un prodotto perfetto nella prima stesura, ma essere consapevoli che si deve lasciare il testo finito perché si sedimenti per qualche settimana, un mese, e poi riprenderlo con calma e maggiore distacco per lavorarci con l’accetta e un forte senso autocritico. Cercando di agire con una logica meno personalistica, ma il più possibile oggettiva. Non è facile, ma ci provo continuamente. Per questo, l’aiuto di un editor di fiducia è fondamentale per sperare di giungere alla fine del cammino e rivedere le stelle…
Ho insomma maturato la consapevolezza di scrivere per me stesso, ed anche e soprattutto per gli altri, per ritrovare il gusto di condividere con loro, sia pure a distanza, il fascino di una storia che sappia coinvolgerli, commuoverli ed entusiasmarli, come mi è accaduto mentre lavoravo all’ultima e decisiva ri-stesura del romanzo “Confessioni di un evirato cantore”.

La ringrazio e buona scrittura. 

Ci mancherebbe, sono io a ringraziarLa per avermi messo di fronte a tematiche e spunti rilevanti per questa passione che dal 2004 è tornata ad imporsi nella mia vita.


Achille Maccapani è nato a Rho (Milano) nel 1964. Ha vissuto tra Pregnana Milanese, Cavenago Brianza e Inzago, prima di trasferirsi a Ventimiglia (Imperia). Giornalista pubblicista e scrittore, dal 1991 lavora nella pubblica amministrazione locale. È autore di vari libri di diritto amministrativo, rivolti agli enti locali. Dal 1998 collabora a “Italia Oggi”. Dal 2000 al 2008 è stato curatore della “Guida normativa per gli enti locali” (ICA-EDK editrice).
Ha debuttato nella narrativa nel 2005 con il romanzo di formazione Taci, e suona la chitarra! (Fratelli Frilli Editori), vincitore del XXII Premio letterario Città di Cava de’ Tirreni. Nel maggio 2007 ha pubblicato il fantathriller ligure Delitto all’Aquila nera (Editrice Zona). Dal maggio 2009 è entrato nella redazione di “La poesia e lo spirito”. Nell’ottobre 2009 ha pubblicato il romanzo Confessioni di un evirato cantore (Fratelli Frilli Editori).

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Commenti

Complimenti a Maccapani. Belle risposte e bel modo di porsi.
Penso anch'io che sia necessario lasciare il testo per un po' e poi ritornarci sopra e lavorare di cesello. Abbandonare le nostre parole aiuta a rileggerle poi con distacco, come non fossero nostre, e ci mostra gli errori (e ancora non li vedremo tutti).
Grazie

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