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I luoghi, gli spazi, i tempi della scrittura e Marcello Fois

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Di Giovanni Ragonesi

I luoghi, gli spazi e i tempi della scrittura ci affascinano sempre oltremisura. La curiosità su come viene creato un romanzo – piccola soddisfazione – è enormemente maggiore rispetto a quella che gravita intorno alla costruzione di una canzone: non circolano aneddoti particolari su come i Beatles abbiano costruito le loro perle di perfezione pop o su come David Bowie abbia dato vita ai personaggi scenici più intriganti degli anni ’70. Sul lavoro degli scrittori invece gli aneddoti si sprecano e spesso diventano luogo comune: la camera foderata di sughero di Proust, il fumo di sigarette che circondava la capoccia di Moravia ogni mattina seduto al suo tavolo nel centro di Roma, le marmellate di vermi di Cechov preparate e degustate tra un racconto e il successivo, il piccolo scrittoio dove zia Jane scriveva deliziata e dove poi nascondeva tutto per andare a controllare lo Yorkshire Pudding in forno dove le patate si cucinavano diversamente rispetto alle salsicce che i francesi – prima rivoluzionari e poi napoleonici – contribuivano a rendere di difficile reperibilità.
Cerchiamo oggi, in una calda mattinata tardo settembrina, di sbirciare un po’ nell’officina di uno scrittore vivo e a piede libero e mani sciolte.

Marcello Fois, seduto dietro ad un tavolino di un bar, con una tazzina di caffé davanti, gli occhiali da sole con molto sintomatico mistero, sorride. Sorrido anche io perché ho da poco scoperto che deve il suo nome a una pasticceria a cui la madre era molto affezionata, ma non glielo dico perché sono sicuro che avrà da correggere la fonte.
È appena uscito il suo ultimo romanzo e si sente rilassato dopo due anni di lavoro. Non gli piace parlare di sé e del suo lavoro… anzi non vorrebbe neppure chiamarlo lavoro ché come parola può avere una accezione troppo borghese oppure rievocare fatica sudore e mani callose. La scrittura è un’altra cosa, ne parla con pudicizia – soprattutto quando riguarda la sua – e con toni quasi sacrali che si avvertono tra le poche parole. Lui che si è tanto arrangiato prima di riuscire a fare (e ad essere) lo (uno) scrittore, che ha lavorato in biblioteca, è stato assistente universitario e ha insegnato, lo sa che il “lavoro” è un’altra cosa e riuscire a vivere della propria scrittura è un privilegio che si è conquistato passo passo e di cui è grato.
Non segue riti particolari nello scrivere, non è come l’Allende che accende candele e sbarra la porta, inserisce invece la scrittura nella sua vita quotidiana: i figli da accompagnare a scuola, il pranzo, commissioni varie, la cena. Non ha bisogno di una stanza tutta per sé e lavora in giro per casa, un po’ in soggiorno, un po’ sul tavolo da cucina, a volte in treno ma soprattutto nel suo studio e soprattutto alla sera e alla notte. Le pareti sono immancabilmente occupate da scaffali di libri e degli appositi ripiani sono montati sulle travi a vista del soffitto spiovente. L’atmosfera è calda e “librosa”. L’unico ferro del mestiere è il su Mac.

Se gli si chiede come lavora risponde che prende pochi appunti, per lo più date e nomi, su piccoli quadernetti Muji, neri. Fa molte ricerche. Ovviamente legge. E aspetta: aspetta che la storia sia pronta per essere scritta. Una volta che ha il titolo è come se la sensazione sia matura e si immerge in un lavoro che arriva a sottrarlo anche per 10 ore al giorno. Ma se qualcosa non funziona smette. Per il suo ultimo lavoro è stato così. Il titolo di partenza era “Pace bianca”. A un certo punto però si faticava, c’era qualcosa che non funzionava ed è stato indispensabile fermarsi.
In questi momenti ha bisogno di lasciare che le cose si mettano a posto, e per farlo c’è bisogno di energia, che lui chiama vitamine: Thomas S. Eliot e Walt Whitman: energia pura in stato di poesia.
Questo sistema funziona sempre. Oramai dopo tanti anni, dopo tanti libri (romanzi, racconti, sceneggiature, testi teatrali, favole, poesie), dopo le soddisfazioni e qualche immancabile amarezza, sa come gestire queste situazioni: è un po’ come un cuoco che salva una maionese. Con “Pace bianca” ha funzionato. Ha buttato via tutto. È stato partorito un nuovo titolo e così “Stirpe” ha potuto continuare, in una nuova vita.
Hemingway tutte le mattine si sedeva al suo tavolo e rileggeva quanto aveva scritto fino al giorno prima. Poi riprendeva con la narrazione. Marcello Fois fa lo stesso. Anzi di più. Legge e rilegge in continuazione. Spezzetta le frasi e le rilegge finché il suono non lo convince del tutto, finché non gli viene il mal di testa… Se gli dico che ricorda quella scena di Flaubert che un giorno mette una virgola e l’indomani, esausto, la toglie, mi sorride e io avverto un po’ di condiscendenza: mi sta guardando come si guarda colui che apprezza un buon aneddoto ma non capisce quanta difficoltà ci sia nello scrivere.

A parte le virgole e a parte il suono delle frasi, il nostro Fois taglia, inesorabilmente. Alla fine quello che viene rilegato e consegnato ai banchi delle librerie è il 30% di quanto ha spremuto sulla pagina. E prima di arrivarci sui banchi in esposizione passa il suo rigidissimo giudizio, a seguire si sottopone a quello di qualche buono e affidato lettore (nei ringraziamenti dell’ultimo romanzo li ringrazia: poiché dietro ogni scrittore c’è almeno un ottimo lettore), infine arriva sulle scrivanie Einaudi e da lì prende poi la sua strada.
La tazzina di caffé è gia vuota da un po’. Temo sia giunto il momento di congedarci ma vorrei ancora sapere qualcosa. C’è poco da scoperchiare riguardo alla sua officina di scrittore, di sicuro non mi dirà null’altro, anche se non sono Pietro Citati e non sfoggio nessun delizioso papillon e anche se volessi non sarei in grado di costruirgli nessun piedistallo sotto ai piedi da cui fuggirebbe.
Gli chiedo di libri, non suoi. Mi parla di “Todo modo” su cui tempo fa ha tenuto una lezione non ho ben capito dove, e comunque Sciascia in bocca glielo si è sentito spesso (anche se poi nessuno lo ha usato come spunto critico ché tanto il noir merita più note di costume che considerazioni di fattura più seria); mi racconta qualche storiellina che lo vede a scrivere le prime cose con Lucarelli e della decisione di fare schiattare un personaggio di una serie televisiva che ha avuto come effetto per lui quello di essere cacciato dal suo solito bar della colazione e per Gabriele Romagnoli di essere stato lasciato appiedato dal tassista che a seguito di una telefonata origliata aveva capito che razza d’assassino si portava dietro.
Ma adesso s’è fatto veramente ora di andare. Ci alziamo e congediamo e poi lo lascio a scegliere la frutta dal verduraio che espone delle fragole tardive che delizieranno qualcuno in casa.

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Commenti

Un racconto su uno scrittore. A dimostrare che tutto sta nella penna di chi scrive. Complimenti a Ragonesi che ha miscelato con tanto garbo fragole tardive e Flaubert, senza dimenticare le buone (!) marmellate di vermi di Cechov.
Bello anche il ritratto di Fois.
Oggi (da quindici giorni) mi sento molto Flaubert anch'io.

Grazie della bella lettura. Ora, così confortata, andrò a rimuovere un punto e virgola.

Infatti. A me è piaciuta proprio l'idea di Giovanni Ragonesi.
Già se ne mettono pochi punti e virgola, tu li togli, ussignur. ;)

sai che io l'ho riscoperto da pochi mesi?, notando che nei libri e racconti di scrittori uomini (se son scrittori, certamente sono uomini. se no, sarebbero scrittrici :)) è più presente. ho dedotto che il punto e virgola è molto maschile. da ciò ho deciso di adottarlo nei miei testi (non perché io mi senta uomo) e lo sto usando.
ma a volte, quando correggo mi viene la tentazione di toglierne alcuni.
devo ancora metabolizzare il suo uso, ma ci sto provando.
ussignur mi sembra milanese :)

Anche secondo me il punto e virgola è più maschile, le donne sono più nette, anche nella scrittura. Da pensarci a questo argomento, magari ci facciamo una riflessione a quattro mani e la postiamo in entrambi i nostri blog.

Magari.

Vorrei esprimere i miei complimenti a Ragonesi per la sofisticatezza nella descrizione per come fa uso intratestuale di altri scrittori, canzoni, ecc.. Ha saputo dare un'immagine di Fois come scrittore palpabile, della "porta accanto" e, contemporaneamente, renderlo cimelio da scaffale. Davvero complimenti.

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