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Frammento 15: I luoghi degli scrittori e della letteratura

Le interviste che ho fatto agli scrittori in questi mesi sono state finora circa quaranta. Vi voglio presentare oggi alcune mie impressioni, spero utili per qualche considerazione ulteriore.
Ho incontrato qualità assai diverse, alcuni di una gentilezza disarmante, altri spocchiosi e scostanti. Per qualcuno è stata un’opportunità per ragionare, per altri una tediosa burocrazia ma pur importante per vendere qualche libro in più. Non ho bisogno di fare nomi particolari per definire i confini, è tuttavia interessante osservare dalle risposte quanto uno scrittore standard non esista.

Alcune dichiarazioni sui luoghi

Fra le tante cose che abbiamo letto di loro, vi sono elementi che mi hanno particolarmente colpito.
Stefania Nardini confronta per esempio l’Italia, dove ha trascorso parte della sua vita, e la Francia, dove vive: “Ho la sensazione che in Italia ci sia molta disgregazione. Vivo in Francia e devo dire che quando rientro mi sembra di stare in un altro mondo. Le città italiane non hanno spazi per la scrittura. Si fanno i festival, le fiere, ma non esistono luoghi. Oggi gli scrittori hanno trovato casa sulla rete Internet e devo dire che con molti io stessa mi ritrovo nel virtuale. Poi ci si incontra ma sempre tra mille difficoltà. In Italia non ci sono soldi per chi scrive, neanche il rimborso spese quando ti chiedono di partecipare a una manifestazione. E non è giusto. Perché poi comandano le piccole mafie che trovano disponibilità in gente disposta a tutto pur di essere visibile, magari pagando per farsi pubblicare un testo”.
Giulio Mozzi sottolinea che “è evidente a tutti che abitare a Roma o a Milano, o in subordine a
Torino, o in subordine ancora a Bologna, procura molti vantaggi”, mentre Remo Bassini dichiara: “Amo l'isolamento e se vivessi a Roma o Torino, città che amo, so che non frequenterei i salotti e gli altri scrittori. Mi piace leggere la vita: in un bar, in una panchina, in un treno”. Michele Marziani ha simili idee: “Le cose da raccontare si raccolgono per strada, il confronto con altri si fa nelle pagine dei libri, non ai tavoli del caffè”.
Se Mozzi parla del vantaggio di vivere in alcune città, Rosella Postorino sostiene: “Non mi sembra che ci sia attualmente in Italia una città precisa in cui convergono, si trovano, collaborano gli scrittori”. Giovanni Montanaro scrive: “Gli scrittori si concentrano sempre più dove stanno gli editori – che sono, in sostanza, sempre meno: Milano, Roma”. Loredana Falcone dichiara: “Io direi che il sud è più facilitato da questo punto di vista. E’ sempre stato la culla della letteratura italiana, la fucina di nuove idee e correnti a dispetto della sua aria calma e sonnacchiosa”. Simone Sarasso dice: “Di mio direi Milano, perché è lì che sono cresciuto come scrittore. E perché è lì che si concentra il gotha dell’industria editoriale del Bel Paese. Tuttavia anche Bologna mi pare un centro nevralgico di tutto rispetto, così come lo è Roma”. Giorgio Fontana ha le idee chiare: “Per quanto ho potuto vedere Milano e Roma sono ancora due capitali di accentramento degli scrittori. Molti miei colleghi vivono in queste due città. Anche Torino e Bologna hanno delle buone scene, e non dimentichiamo mai l'enorme serbatoio iniziale della provincia (da cui io stesso provengo)”. Antonella Cilento dice: “La provincia ha spesso prodotto in Italia gruppi di scrittori più fecondi delle grandi città, ma c'è anche una differenza fra Nord e Sud. Ad esempio, in questo momento, Napoli è l'epicentro della letteratura italiana, non fosse altro che per l'enorme quantità di scrittori che la narrano e vi vivono”.

Le concentrazioni italiane

Ora non occorre riprendere tante interviste per intuire quanto non vi sia su questo argomento un’identità di vedute, anche se vi è una tendenza. Oltre le potenzialità della provincia, le città italiane più nominate dagli scrittori sono Milano, Roma, Torino, Bologna, Napoli. Le prime due soprattutto per motivi legati alle case editrici, le altre tre per il clima letterario interessante.
Colpisce la risposta di Marco Mancassola: “Ogni tanto qualcuno mi dice che dovrei tornare a vivere a Milano o a Roma. Dovrei farmi vedere, avere gli amici giusti, dovrei smettere di fare l’outsider. Io rispondo che ho conosciuto più scrittori e personaggi creativamente interessanti a Padova, città dove ho passato parecchi dei miei anni, oppure durante i soggiorni all’estero, che non in città autistiche e sfibrate come Milano e Roma. E poi, gli scrittori sono molecole in ebollizione. Si aggregano e disgregano e in fondo, di quelli che oggi occupano le pagine culturali, sono molti quelli che evaporeranno”.
Netto, laconico, ma cristallino nel suo pensiero.

La rete

Sono la gran parte coloro che riconoscono nella rete un nuovo fenomeno gregale dalle conseguenze ancora imprevedibili. I contatti aumentano, le possibilità d’incontro si moltiplicano, le notizie corrono veloci. Qualcuno ha sostenuto che i nuovi caffè letterari sono i blog, i forum, i social network.
Ieri si firmavano manifesti seduti attorno a un tavolo, oggi si organizzano petizioni on line sfruttando la dinamicità di Facebook; ieri ci si radunava per un reading serale, oggi sempre più si mette un video su YouTube leggendo le proprie poesie e rispondendo ai commenti; ieri Antonio Baldini ed Emilio Cecchi discutevano di riviste letterarie sorseggiando assieme un caffè, oggi ci si incontra su Vibrisse, Il Primo Amore, Nazione Indiana, Letteratitudine e gli altri.
Viene meno la necessità della vicinanza fisica, si può parlare di letteratura pur vivendo a grandi distanze uno dall’altro. Neppure le generalità sono così oramai importanti, Sul Romanzo presenta post ogni giorno senza che la mia vita privata sia condivisa. Impossibile farlo in un caffè letterario dove vi erano sguardi, parole, confronti e identità palesi.

Morte e vita delle modalità

I caffè letterari sono morti o quasi, sono in pochi ancora a resistere, la rete è la nuova piazza dei confronti. Semmai internet poi aggrega anche nella realtà fisica, ci si conosce su Facebook per esempio e in un secondo momento si decide di incontrarsi. Sempre più raro il verso contrario.
Non tutti gli scrittori che ho intervistato ritengono importante essere in rete, più di uno dichiara di vivere molto appartato, lontano dai centri, sia di città che on line. Qualcuno si definisce outsider.

L’esclusione

Sembra che per alcuni la scrittura escluda; qualcuno non intende frequentare circoli, altri dichiarano che preferiscono la loro intimità consolidata, senza la necessità di aggregarsi agli scrittori, senza ritenere importante un continuo confronto, se non - attraverso una frequenza talvolta assai diversa uno dall’altro - con i mezzi di internet.
L’impressione è che vi siano tante isole che comunicano poco fra loro. Si fa la propria vita, si pubblica libri, ci si incontra talvolta nei blog o nei forum più importanti, ci si reca a un festival e poi si torna a fare la propria vita. La condivisione fra gli scrittori sembra più una necessità legata alle vendite (nuovo libro in uscita, convegno su una tematica trattata, festival, ecc) che a un approccio di vita. Isole che si osservano spesso da lontano.

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Commenti

Milano e Roma comandano su tutte le altre, grazie alla presenza delle più importanti case editrici di narrativa.
Bologna ha da sempre un humus eccezionalmente fertile.
Per il resto, mi sembra che ci sia una sorta di deserto culturale in Italia. La stessa Torino ha subito nel corso degli anni un declino forse inarrestabile, a favore di Milano.

La mia città, Bari, è un buco nero a questo proposito. Non a caso, quasi tutti gli scrittori pugliesi sono emigrati altrove (Roma, in primis).

Valentino C.

Mah, sarà che il mondo è bello perché è vario ma quando uno scrive "a Torino, il declino è forse inarrestabile, a vantaggio di Milano (?)" e un altro, io, scrive che a Torino ci sono soltanto scrittori (non che ne vada orgoglioso, anzi) ci dovrà pur essere una verità oggettiva. O no?

La mia impressione (e meriterebbe più tempo e spazio, perché è un argomento su cui mi sono fermata spesso a riflettere) è che gli scrittori (molti, non tutti) siano persone compiaciute di se stesse e delle loro parole. Mi sembra che, a parte alcuni, siano interessati solo alla loro produzione e alla ricerca di complimenti e conferme. Vedo spesso molta disattenzione verso il lavoro altrui, una cosa su cui sorvolare perché ha meno importanza del proprio lavoro.

Aggiungerei all'intervista una domanda:
Delle altre interviste che ho pubblicato quante ne ha lette?
Di quanti autori è stato curioso di cercare i testi? Ha seguito i link in fondo all'intervista per capire meglio cosa quell'autore scrive?

Lo so. Sono tre domande, non una. E mi sono contenuta.

Venendo invece ad un'altra tua domanda: io credo che ci sia ancora possibilità di esprimersi e di confrontarsi. Basta volerlo. Internet è una grande fonte di incontri e di condivisione. Io uso il mezzo e ne sono una sostenitrice. Leggo molto ciò che scrivono gli altri. E con i contatti che ho cerco sempre di avere discussioni utili ad una migliore comprensione di ciò che stiamo facendo o tentando di fare.
Credo anche nelle potenzialità dei caffè letterari, o di altri luoghi con nomi diversi, in cui ritrovarsi e parlare. Certamente una città medio grande può offrire di più di centri molto piccoli, però a volte basterebbe organizzare e tentare nuove strade.
Per ora mi fermo.

X Piero: se mi sbaglio, chiedo scusa. Non conosco direttamente la realtà torinese; ho solo letto da più parti di questo 'declino' vero o presunto tale, sia economico che culturale nei confronti di Milano...

Valentino C.

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