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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Non direi che è stato un caso.
Ho imparato a leggere e a scrivere a tre anni perché volevo capire il senso delle lettere che vedevo sui libri, sui giornali, sui segnali stradali.
I segni della scrittura mi sembravano simboli iniziatici che mi avrebbero permesso la decodifica del mondo, e una parte di me ne è ancora persuasa. Ciò che è scritto esiste e cio che esiste va scritto.
Alla scrittura mi sono avvicinata con grande fiducia e serenità: come a un luogo in cui ogni mio pensiero, ogni mia emozione e ogni mio sentimento potevano finalmente essere accomodati in modo da aderire perfettamente con le loro sinuosità alla conformazione dell'alloggiamento verbale e formale a cui erano destinati. Senza pieghe, increspature o bolle d'aria.
A un certo punto della vita un evento banale ma estremamente traumatico mi ha messo in condizione di non potere più assolutamente scrivere niente che avesse autentica relazione con me stessa. E l'unico modo che ho trovato per riprendere a scrivere è stato cominciare a fare la giornalista, percorrendo molti chilometri per lavorare, e camminando su tutti i gradini della lunga trafila che si conclude con l'esame di Stato.
Dietro i miei articoli potevo nascondermi completamente. Raccontare cose altrui era infinitamente meno pericoloso, perché di me non esponeva niente.
Ma sono sempre stata ossessionata dall'idea di trattare rispettosamente, in modo solidale, le vite di cui scrivevo per lavoro. A volte, ai tempi in cui seguivo le cose della cosiddetta «tangentopoli», di notte mi svegliavo di soprassalto pensando che forse ero stata troppo ruvida parlando del tale indagato.
Per anni ho creduto che non sarei riuscita a inventare una storia dal niente, per così dire, perché ormai mi consideravo definitivamente sintonizzata sulla lunghezza d'onda del racconto delle cose che per brevità posso definire «vere», cioè le notizie.
Poi, un pomeriggio, al computer ho scritto una frase che ne ha generate altre, e altre, e a poco a poco ha costruito mondi, persone, emozioni. Guardavo il monitor e le parole mi dicevano cosa stava succedendo, cosa sarebbe accaduto di lì a poco, cosa avrebbe fatto quel personaggio.
Non sapevo come sarebbe andata a finire, ma mi sono fidata.
In tre settimane è diventato l'abbozzo piuttosto definitivo di un romanzo, «Due colonne taglio basso», poi pubblicato dalla Sironi; una storia che contiene l'omicidio (di un giornalista, il che freudianamente dice qualcosa) ma probabilmente pochissima relazione con il giallo.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Dipende da quel che scrivo, dal diverso grado di sorveglianza che su di me è imposto dalla natura del «contenitore» a cui quel che scrivo è destinato. Dipende dall'urgenza delle cose che voglio dire.
La sola cosa che mi è del tutto chiara è la mia consapevolezza che scrivere è un atto che crea: dunque, mi riesce assolutamente impossibile scrivere con l'intento di distruggere.
Quando scrivo, ho sempre la sensazione di (dover) costruire un ponte fra me e chi leggerà. Quel ponte è senza dubbio forma, ma è anche e probabilmente soprattutto contenuto. Sono soddisfatta quando ho l'impressione di avere istituito una corrispondenza biunivoca fra singola parola/giro di frase/melodia da un lato, e contenuto dall'altro.
Quel che vorrei è che chi legge le mie parole «sentisse» questa corrispondenza come una cosa che lo riguarda, che gli muove un filo interiore.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Ho un lavoro esigente, ho una vita sentimentale, ho un figlio, ho adempimenti da onorare. Scrivo quando me ne viene voglia, quando mi pare che abbia un senso.
Ho sempre saputo che da grande avrei voluto scrivere, ma ho anche sempre considerato che scrivere fosse un privilegio che non mi sarei mai potuta permettere. Credevo che potessero scrivere solo i ricchi, i privilegiati. Che scrivere fosse un'attività parassitaria.
Dunque, sono riuscita a scrivere solo quando avevo trovato un altro modo per guadagnarmi da vivere (guarda caso scrivendo, benché in tutt'altra maniera).
Ne deriva che non so scrivere se non quando non sto lavorando; nel senso che i due ambiti devono calvinisticamente rimanere separatissimi.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso fare a meno del silenzio delle voci, e non posso fare a meno della musica, che forma il paesaggio di background di ogni cosa che scrivo, anche se non me ne rendo conto.
È un po' come quando nei dipinti antichi scopriamo, dopo il restauro, l'esistenza di miniature di paesaggi alle spalle del protagonista principale del ritratto, e a quel punto non riusciamo più a isolare la percezione del volto dipinto da quella dell'ambiente in cui il lavoro del restauratore l'ha ricollocato.
Come coi profumi, che ri-annusati ridanno istantaneamente carne e soffio di vita vera a pezzi della propria vita che si erano perduti nel niente, la musica dà vita e anima a ciò che sta dentro e dietro alle parole che scrivo.
Non ho ancora capito se è la musica che crea i personaggi, per esempio - e quindi la scelta della «colonna sonora» è la scelta fondamentale - o se sono i personaggi che mi orientano alla scelta della musica.
«Due colonne taglio basso», per esempio, è nel mio cuore indivisibile dall'album «The Mist of Avalon» di Alan Stivell, e soprattutto dal brano «Camaalot-Hymn 1».
Se non avessi avuto il senso del limite e forse anche del ridicolo, avrei consigliato alle persone che volevano leggere il romanzo di farlo ascoltando quel cd.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Ho una relazione cannibalesca, non saprei come diversamente definirla, con la parola scritta degli autori del passato: alcuni li ho mangiati voracemente senza riuscire a distinguerli dal cibo vero e proprio; perciò adesso non sono in grado di redigere la tabella dei «nutrition facts» attribuendo loro pesi diversi a seconda che abbiano agito da proteine, carboidrati, grassi animali o vegetali, se posso dire così.
Mi capita con molto di quel che leggo. Lo divoro - se mi piace - e poi sono perfettamente in grado - e questa cosa mi dispiace molto - di non ricordare assolutamente niente della trama fino a quando un odore o una musica me ne fanno rivivere la memoria.
La relazione, ovviamente, è cambiata nel tempo; a scuola o all'università non avrei mai confessato che non ricordavo - che so - se Pia de' Tolomei era nel quinto del Purgatorio o nel quinto del Paradiso. Ora mi è passata la vergogna di affermare che più quel che ho letto mi ha toccato, meno riesco ad averne un'idea chiara, tassonomica, razionale o anche solo narrativa.
Non farò mai bella figura nelle conversazioni dotte, ma mi sono rassegnata.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Sono totalmente estranea a qualunque luogo letterario, o che letterario pretende di essere.
Ho un'innata e spiacevolissima capacità di sentirmi fuori luogo - e cioè, per dare in prima approssimazione una risposta alla domanda, «periferica» - dovunque e comunque; estranea e outsider in qualunque ambiente.
Detesto le categorizzazioni veloci di genere giornalisticamente digeribile - tipo, per capirci, la «nuova narrativa del nordest» - e il cosiddetto «mondo delle lettere».
Mi danno fastidio allo stesso modo l'autoreferenzialità, l'istrionismo e l'understatement. Mi dà fastidio la distanza dalla vita vera.
Mi dà fastidio chi crede in se stesso come in un personaggio, o in un prodotto.
Mi piacciono tantissimo le brave persone.
Anche le brave persone che scrivono, e mi pare che ce ne siano.
Mi piacciono le persone che ti si presentano davanti con la loro faccia e la loro storia, curiosi di te e disposti a dirti di loro senza coprirsi con il burqa del ruolo, senza nascondersi dietro le fronti aggrottate dalle enormi preoccupazioni che inevitabilmente fronteggia chi si sente addosso i destini di un mondo sciagurato e probabilmente salvato dalla sua letteratura.
Credo che questo Paese sia morto, e che l'unico pezzo che se ne può salvare siano le relazioni umane fra singoli. Questo significa che se anche ci fosse un luogo in cui gli scrittori - come dice la domanda - si concentrano, ne sarei così diffidente da voler fuggire lontano.
Ma non ho la pretesa di aver ragione, e anzi sarei veramente felice di aver torto.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere è il mezzo d'espressione che mi fa sentire più vicina alle cose vere di me e degli altri. Dunque, certo che sì; certo che ha migliorato il percorso della mia vita. Non solo perchè mi ha dato da mangiare e (parlo del lavoro di giornalista, ora) mi ha dato un'identità sociale, che però adesso mi sta dolorosamente stretta; ma anche perché ha conformato la mia relazione col mondo.
Quanto al mio romanzo, esso mi ha messo a contatto con inattesa immediatezza con moltissime persone con cui diversamente non avrei mai avuto, probabilmente, alcuna relazione umana.
Se ciò che tu hai scritto ha una sua intensità emotiva e una sua densità sentimentale, le persone che ti leggono ti si avvicinano come se la fase dei convenevoli e della conoscenza preliminare fosse già stata affrontata e superata mentre loro leggevano il tuo libro.
Questa è un'esperienza bellissima, perché ti mette in condizione di incontrare le persone senza che esse si sentano irrigidite dal ruolo.
E d'altra parte, siccome tu stesso hai fatto entrare in ciò che hai scritto il tuo mondo morale, anche tu scopri di essere un «morbidissimo» essere umano che, per sopravvivere alla brutalità delle relazioni, non ha più il costante bisogno di estrarre la spada dal fodero.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie: è un bell'augurio. Però, se posso, io voglio augurarmi buona vita.


Federica Sgaggio è una giornalista, vive a Verona con marito e figlio.
www.federicasgaggio.it
www.facebook.com/federicasgaggio

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Commenti

Bellissima ed interessante intervista
Mariella

Concordo, bella intervista e risposte generose nel dire di sé e della scrittura.

Mi piace fra l'altro questo: "Scrivo quando me ne viene voglia, quando mi pare che abbia un senso".

Giorgio

Grazie, Mariella e Giorgio.
Come siete stati gentili.

Fe

Grazie, Mariella e Giorgio.
Come siete stati gentili.

Federica

sei insuperabile, fede

Ho letto questa inervista solo ora. Federica ha proprio i piedi per terra, non è insomma un'esaltata come certe giornaliste e scrittrici (e giornalisti e scrittori).
Mi sento risollevato,

Ausilio e Piero: oh, cari.

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