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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

In verità mi sono avvicinata alla scrittura abbastanza presto, Volo basso senza interferenze è il mio primo libro pubblicato ma non è il primo che ho avviato, anche se gli altri non sono mai riuscita a terminarli. Vengo da una famiglia di persone attratte dalla scrittura, mio padre era un pubblicitario - uno dei primi in Italia - mia madre una giornalista, entrambi hanno scritto racconti di un certo valore e per piacere personale senza mai pubblicarli. Inoltre, anche io di mestiere faccio la giornalista che è evidentemente un altro modo di scrivere, ho cominciato a lavorare per i giornali a 19 anni mentre frequentavo l’università e sono entrata a pieno titolo in una redazione a 23 anni con un contratto di collaborazione. Sono diventata professionista nel 1997 e nel tempo mi sono occupata di tutto un po’, costume, musica, cinema, viaggi soprattutto. La spinta a finire "Volo basso senza interferenze" mi è arrivata anche grazie al mio lavoro, a una provvidenziale intervista con Vikram Chandra. Lo scrittore indiano, oltre ad essere autore di bestseller, è professore di scrittura creativa all’università di Berkeley. Alla domanda “Qual è il segreto per terminare un libro?”, la sua risposta è stata “L’ossessione”. Ossessione per una tematica che ci appartiene nell'intimo, e che diventa il propulsore per andare avanti e trovare altri sentieri, sfumature, dettagli. Altrimenti, ci si arena inevitabilmente. In "Volo basso senza interferenze" il tema di fondo è la leggerezza d’essere (da non confondersi con la superficialità), che in effetti mi sta molto a cuore.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Banalmente, a metà. Ho scritto tre quarti di libro in un mese, mossa evidentemente da un getto, un istinto, senza schemi a tavolino, ma per terminarlo c’è stato bisogno di razionalità e metodo, gli stessi che ogni giorno mi spingevano a portare a termine un certo risultato.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Come accennavo prima, se la spinta iniziale è stata istintiva, il secondo passo è stato il metodo. Per essere più specifica, ho scritto quattro quinti di libro alle isole Faroer, un piccolo arcipelago nell’Atlantico del nord, tra l’Islanda e le Shetland. Avevo bisogno di un luogo tranquillo, freddo (il freddo nel mio caso favorisce il flusso dei pensieri, al contrario del caldo), dove isolarmi. Sono partita da Milano col computer, tutto il materiale che avevo raccolto nei mesi precedenti, bloc notes, penne, matite, gomme, e sono stata tre settimane all’isola di Mykines, all’estremo ovest dell’arcipelago. Lì ho affittato una stanzetta nel sottotetto dell’unica guest house disponibile con vista sulla scogliera, e mi sono imposta di scrivere tutti i giorni, possibilmente dieci pagine. Siccome ho difficoltà di concentrazione mi attivavo dal tardo pomeriggio in poi, spesso a notte fonda, ma se si eccettuano tre, quattro giorni ho sempre portato a termine il mio compito.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Nel caso di "Volo basso senza interferenze" ho capito che le condizioni atmosferiche erano fondamentali. Il libro racconta la storia surreale di una ragazza che vola sui cieli di Milano, con dettagli sulla metereologia, i venti, le nuvole. La condicio sine qua non per scrivere, quindi, è diventato il cielo. Dovendo immedesimarmi in una vicenda di questo tipo, riuscivo a lavorare bene solo in situazione di cielo blu, vento e nuvole in movimento. Questo è anche stato il motivo che mi ha convinto a ritirarmi per qualche settimana nel Nord Europa, dove condizioni di questo tipo sono molto frequenti. Mentre scrivo poi, è importante un’adeguata colonna sonora (in questo caso, prevalentemente musica classica o cantautori folk anglosassoni) e qualcosa da mettere sotto i denti. Alle Faroer, che non brillano certo per la ricchezza della proposta alimentare, mangiavo in continuazione pomodori e mele verdi.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Sono sempre stata molto più legata alla letteratura classica americana che non a quella europea, e questo per la tendenza degli americani al gioco della sottrazione. Il lavoro di uno scrittore è comunicare, non si scrive per se stessi ma per gli altri. Sembra scontato, eppure è un discorso che certa letteratura europea, soprattutto quella contemporanea, tende a dimenticare. Ci sono libri impeccabili dal punto di vista formale, ottimi esercizi di stile, gran compendio di virtuosismi, in cui però l’autocompiacimento è palpabile, e rovina inevitabilmente uno scopo. A costo di sottrarre fin quasi a raggiungere un livello elementare (non necessariamente negativo, a mio modo di vedere le cose), io ho voluto eliminare ogni forma diretta o indiretta di narcisismo per far passare in maniera più efficace il messaggio del libro.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Non so, io sono abbastanza avulsa dai movimenti letterari, li seguo come lettrice ma non ne faccio parte, preferisco essere battitrice libera. Tuttavia, nonostante le tecnologie, purtroppo l'Italia è ancora un Paese dove chi viene dalle grandi città con tradizioni letterarie mi pare avvantaggiato, ed è un peccato. Sono certa che esistano realtà periferiche altrettanto interessanti, soprattutto delle piccole regioni di cui nessuno parla mai, che certamente vale la pena prendere in considerazione.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Domanda complessa. Se, come sostiene Vikram Chandra, un libro deve mettere per iscritto le proprie ossessioni, allora può essere vero che, durante il corso del lavoro, si arrivi ad ulteriori valutazioni illuminanti sulla propria vita e le proprie nevrosi. Dipende dal tema e dal genere, ma credo che un libro possa essere terapeutico per chi lo scrive. Dovendo analizzare, sezionare, valutare nei dettagli una fissazione, credo che questo porti inevitabilmente ad altre considerazioni, e possibilmente a soluzioni. Perciò sì, scrivere Volo basso mi ha migliorato la vita. Per fare un esempio, sono sempre stata una persona tendente all’accumulo compulsivo, che si è circondata di oggetti di ogni tipo. Da quando ho terminato il libro ho avuto molto più chiaro il concetto che si tratta di superfluo assoluto, di zavorre che impediscono il volo, e che quindi vanno eliminate al più presto. Lentamente, lo sto facendo.

La ringrazio e buona scrittura.

Adriana Di Lello gestisce la seguente pagina www.myspace.com/volobasso
Su Facebook gestisce il gruppo "Volo basso senza interferenze"

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