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Sciorinare in maniera petulante, quasi fosse una sedizione, un’austera sfilata di termini desueti è pernicioso per la prosa. Financo gli intellettuali li temono, avversati da un certo laconico imbarbarimento dei lemmi, attempati nei modi prima di deliri senili. La piaggeria di taluni verso la lingua arcaica è pari al dandy trionfante fra semplici defessi contadini che lo scrutano con sguardo bieco.

Avete intuito il tema di oggi; la lingua italiana è meravigliosa, così ricca di parole, molte oramai scomparse dall’uso comune. Chi decidesse di possedere un approccio estetico alla lingua deve fare attenzione a non abusarne.
Il romanzo è anche comunicazione, se costringete il vostro lettore a prendere il dizionario ogni due parole, lo stancherete, lascerà il libro a metà (se ci arriva a metà). Il lettore medio non è un intellettuale di vecchio stampo, ma una persona che utilizza la lingua italiana contemporanea.
Certo il fascino, certo la magia di alcune parole in disuso, però non scordate che qualcuno vi leggerà e dovrà comprendere.

La mia non è affatto una battaglia contro le parole desuete, anzi devo dire che nella prosa e soprattutto nella poesia mi schiero fra coloro che tentano di riportare nel presente la ricchezza della lingua italiana, ciononostante l’equilibrio è la parola idonea in questo caso. Mai esagerare, mai ritenere il lettore pronto a faticare eccessivamente sul livello semantico, sarebbe un errore da parte di chi scrive.
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Commenti

i grandi scrittori sono quelli che si fanno comprendere da tutti.
la semplicità, che non significa banalità, è una grande dote.

ciò non toglie che sciorinare sia una bellissima parola.
anche il pernicioso mi piace: il famoso stufato di cacciagione con pomodorini freschi e uva nera sfumato con il vino e cotto in tegame di coccio.

ciao a tutti..sono a ncora in fase di recupero delle lezioni precedenti avendo iniziato a scrivere quando già eravate arrivati alla 36..ma sono contenta di come sta andando..le cose a poco a poco sembrrano prendere una forma..e quel che più importante io scopro di avere tante idee..e di poterle inserire lentamente e con la dovuta organizzazione all'interno del romanzo...
una delle difficoltà che ho è legata alla scelta delle parole, perchè al momento mi trovo all'estero, e il mio cervello è concentrato sull'apprendimento dello lingua straniera, il che mi crea qualche problema di confusione..
procedo comunque nel mio viaggio...a tutti buona scrittura
fede

Personalmente cerco un equilibrio
tra le due parti, ma io sono avvantaggiato,
perchè scrivo solo in poesia :)
un saluto a tutti, vincenzo

wow... ti ho scoperto solo ora.. magari domani provo anche io *_*

W.

@Morena: non so se il grande scrittore debba farsi capire da tutti, mi verrebbe meglio pensare la forma "dai più". Ho sempre pensato che la letteratura non sia per tutti. Ma forse mi sbaglio, è una mia idea e a pensarci bene, devo ripensarci, troppo tempo è passato da questo ragionamento che ho formulato anni fa.

@Fede: benvenuta, quando si vive all'estero si percepisce esattamente quella confusione di cui parli, l'ho provata sulla mia pelle, è così.

@Vincenzo: la poesia è davvero un altro mondo.

@W.: bene, bene. ;)

Bah io non credo sia questa la questione, anzi non deve essere questa la questione. Bisogna puntare dritti alla ricerca della parola giusta, come diceva Flaubert. Shakespeare ne usava così tante di parole, è tale la ricchezza del suo vocabolario, epperò pure non mancava di farsi capire dalla folla a cui erano anche diretti e le sue commedie e le sue tragedie.

Però ti ho capito a te quando dici: equilibrio. ;)

Sono contento di aver beccato questo tuo blog così bello... ti linko nel mio e ti tengo d'occhio, non mi sfuggi :)

@Giuseppe: benvenuto. La questione dell'equilibrio, sì, è proprio così. A presto.

Nabokov (sempre lui!) fu accusato di avere una predilezione per le parole "desuete", o ricercate - l'attacco fu portato avanti da un critico letterario che non apprezzò la sua traduzione letterale dell'Ogenin di Puskin. Lui, ovviamente, si arrabbiò.

In effetti, il tema, che potrebbe sembrare in qualche modo poco rilevante, è fondamentale per quanto riguarda la definizione del proprio lettore: chi é? Quanti anni ha? Qual'è la sua cultura? Esiste un lettore medio, con un dizionario medio, e una capacità di comprensione media? E soprattutto: davvero è a lui che stiamo indirizzando le nostre parole?

Ecco, io ho la "fortuna" di non avere lettori - ho scritto un romanzo il cui futuro editoriale mi è tuttora ignoto. Dietro la mia pagina, oltre le parole, c'è un muro silenzioso e indistinto, attraverso il quale posso solo immaginare cosa ci sia. Ne colgo alcuni segni: tipo la classifica dei libri più venduti in Italia. Ma non entra, questo anonimo lettore senza faccia, non diviene parte del processo di scrittura che, egoisticamente, rivolgo tutto a me stesso: io sono il "mio" lettore, quello che voglio accontentare, quello che voglio rendere felice. So che questo cozza contro tutte le idee sulla scrittura come comunicazione... tuttavia, sono convinto che esista almeno un'altra persona con i miei stessi gusti: è a lei, che mi rivolgo. E poi, come diceva Einstein, "fate le cose nel modo più semplice, ma senza semplificare...".

A presto!
Paolo

@Paolo: Vladimir Sirin era un sinestesico, per questo forse aveva gusti particolari...
A parte le battute, parlerò nella lezione 69 della definizione del proprio lettore (devo farti aspettare).
Nella terza parte del tuo commento apri un discorso vastissimo, se non lo conosci leggi il Diario Fiorentino di Rilke, penso che apprezzeresti alcuni suoi passaggi. A presto.

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