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Giorgio Vasta a Bassano del Grappa

Ieri ho partecipato all’ultimo evento del Piccolo Festival della Letteratura di Bassano del Grappa. Il tempo era minaccioso, ma per fortuna, grazie alla concessione delle fosche nuvole, abbiamo avuto il piacere di ascoltare Giorgio Vasta, autore de “Il tempo materiale”, edito da Minimum Fax.
Desidero soffermarmi su alcuni punti, senza per questo pretendere di riportare con precisione il pensiero di Vasta, soltanto mie semplici interpretazioni ricordando le sue parole.

Si è parlato del senso della complessità. Vasta sosteneva che per diversi motivi, oggi, molti vorrebbero essere fruitori di letteratura senza fatica, lontani dalle asperità, assorbendo con facili movimenti mentali, quasi immobili, anche a livello linguistico. Buffo osservare come la vita stessa sia pregna di complessità, eppure, dominati oramai da una certa idea di intrattenimento, i più hanno l’urgenza di semplificare, minimizzare, rendere innocue le difficoltà, non accorgendosi che i significati perdono colore, che i legami fra gli elementi perdono forza, conquistando così debolezza, non intensità. E non significa, sosteneva Vasta, avere l’ossessione della complessità, bensì prendere atto che di essa non possiamo farne a meno, anche, ripeto, nel linguaggio. Non tutto si può spiegare con parole e frasi semplici.

Purtroppo molta gente desidera leggere per distrarsi, per dimenticare, per impiegare il tempo morto. E qui penso alle parole di Hermann Hesse, nel suo breve saggio incluso su “Una biblioteca della letteratura universale”: “La lettura non deve affatto distrarci, ma anzi concentrarci; non deve farci dimenticare una vita senza senso e stordirci con una consolazione illusoria, ma, al contrario, deve concorrere a dare alla nostra vita un significato sempre più alto e più pieno”.

Vasta si è soffermato poi sul modo di percepire il mondo da parte dello scrittore, nel senso che gli accadimenti della vita sono traslati quasi subito in frasi. Si vede la pioggia che cade e nella testa dello scrittore l’immagine diventa appunto “la pioggia che cade”, un’urgenza impellente di portare in frase. Sarebbe curioso conoscere l’opinione di altri scrittori a riguardo.

Altro punto che mi pare interessante sottolineare è il lavoro di editing del libro “Il tempo materiale”, anche se il termine editing, spiegava ieri Vasta, non è appropriato. La prima versione del manoscritto era più di seicento pagine, in seguito ad un lavoro di “sottrazione” e “riscrittura” si è giunti alle definitive poco più di trecento pagine. Per quali motivi? Era necessario comprendere che cosa apparteneva davvero o meno alla storia del romanzo. In questo v’è un atto di responsabilità dello scrittore: una combinazione di scelte e rinunce. La maturità di chi scrive permette di accettare quali possano essere le rinunce da fare.

Vasta rifletteva tentando di argomentare con calma, pensando di avere qualcuno di fronte che doveva comprendere, non soltanto ascoltare. E ciò lo rende uno scrittore interessante, almeno dal mio punto di vista.

Voi che cosa pensate della complessità in letteratura? Anche voi siete figli della nostra epoca decadente e ricercate la semplicità badando bene di tenere lontano testi difficili?
Prediligete letture per distrazione o per concentrazione, riprendendo Hesse?
La combinazione fra scelte e rinunce in un romanzo è difficile da ottenere?
Avete letto il romanzo d’esordio di Giorgio Vasta?
Nessun voto finora

Commenti

Questo post è molto interessante. Come credo sia interessante Giorgio Vasta e il suo modo di essere scrittore. Non ho letto il suo romanzo ma mi sembra che ciò che Vasta afferma sia vero.
Io non temo la complessità in letteratura. A me piace pensare (maddai)e riflettere anche su pensieri non miei.
Mi riconosco in quella 'pioggia che cade' e nel visualizzarla subito come frase. Però credo sia una patologia, quindi non sbandieriamolo ai quattro venti per favore :)

Sarebbe interessante scoprire cosa è stato 'sottratto' alla prima versione del romanzo che, da seicento pagine è arrivato alle trecento attuali. In certi casi lo scrittore deve accettare certe rinunce, credo sia indispensabile alla comprensione e fruizione della sua storia. Un'operazione di 'ripulitura' che rende il resto migliore.

La vera arte è tagliare, diceva il poco noto ma bravo scrittore, anarchico e livornese, Ezio Taddei (e la stessa cosa la dice la Wolf nei suoi diari).
Io, però, non faccio così, da tempo.
Io parto da un nucleo, lo arricchisco man mano. Diciamo che taglio ancor prima di scrivere.
Poi.
Vasta ha ragione, ai lettori piace sempre più il semplice.
C'è però un problema di percezione, perché magari quel che è complicato per me è banale per Eistein.
Piuttosto: sarebbe davvero disonesto semplificare solo per andare incontro al lettore e vendere di più.
Son di corsa, mi fermo, ma mi sa che negli scaffali delle librerie più che il semplice si sta facendo largo l'idiota... e dostoevskij non c'entra

remo bassini

1) Giusto, forse una cosa è il semplice e un'altra è il superficiale. Rendere semplice, accessibile un concetto profondo, una struttura sofisticata è una qualità dello scrittore autentico? Io credo di sì. Però, certo, sto generalizzando, me ne rendo conto.

2) Ra, perché non ti auto-intervisti? Sono curioso.

giorgio

Quanto lo stimo io Remo.
ecco.

sono molto soddisfatta scoprendo che ho un metodo di lavoro simile a quello di Remo :-)
anch'io devo aggiungere. ma credo di sapere il motivo di ciò (parlo per me, non per Remo ovvio).

un motivo è personale mio (una mia sinteticità di base e un mio modo di pensare: avendo tutto ben chiaro nella mia mente finisco per saltare alcuni passaggi) e uno è dovuto alla lunga abitudine alla scrittura "per blog". Dal 2003 scrivo "racconti da blog" e mi sono abituata a 'contrarre' i pensieri e a snellire i concetti.
così ora mi trovo a dover arricchire i miei testi con pretese romanzifere :)

Qualcosa da togliere, comunque, mi resta. il segreto sta nel 'giusto'. A sapere qual è.

@Morena: la patologia di cui parli esiste, ne sono sicuro. ;)

@Remo: tagliare ancor prima di scrivere, ho capito. Credo allora che l'istinto venga meno, una scrittura più razionale.

@Giorgio: beh, definire la complessità non è semplice, la tua generalizzazione può essere fraintesa, ma se ho capito bene non è così fuorviante, anzi.
Autointervistarmi? Ti lascerò la curiosità, sarebbe un atto di vanità il mio che mal si integra con il senso del mio blog.

@Sonia: sei in buona compagnia ;)

@Morena: i blog fanno bene alla disciplina, alla prosa non so, ho qualche dubbio.

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