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Caratterizzazione dei personaggi

Non si scorgono nell’uso della lingua d’una persona abitudini, timbri, ripetizioni, ritmo? La caratterizzazione del linguaggio dei personaggi dovrebbe includere tali aspetti. Un protagonista non è solo azione e pensiero, altresì espressione linguistica.
Chi ha letterariamente il convincimento che i dialoghi siano soltanto un’evoluzione distinta dall’utilizzo della lingua è alle prime armi nella scrittura. Il successo di non pochi scrittori appartiene alla capacità di gestire un personaggio in tutte le sue forme, dalle sue gesta fino alla ripetizione smodata d’un avverbio per esempio.

Possiamo donare caratterizzazione ad un signore anziano in molti modi: il tipo di aggettivi che “frequenta” (se ne fa uso), il tono della voce, la velocità o la calma di pronunciare parole, le pause, l’abitudine a servirsi di espressioni di meraviglia (Davvero? Ne sei sicuro? Non scherzare dai! Ecc), termini desueti: l’elenco delle modalità potrebbe essere assai lungo.

La mia esperienza è la seguente: quando mi cimentai circa dodici anni addietro alla stesura del mio primo romanzo, presi un quaderno e tenni alcune facciate per ogni personaggio che andavo inserendo nella storia. Non solo cercai di creare Davide o Antonio o Elena nel linguaggio adottato, tentai anche di pensare un’evoluzione del linguaggio (grazie a loro letture, esperienze, riflessioni). Quanto al principio che mi proposi, che era di natura davvero creativa, mi convinsi che ognuno dei personaggi dovesse essere riconosciuto senza citare il suo nome, o in ogni caso quello doveva essere l’obiettivo in alcune parti del romanzo: il lettore, abituato ai modi linguistici di Riccardo, doveva ad un certo punto riconoscerlo, percepirlo, assorbire i suoi toni, la sua lena, i suoi avverbi e aggettivi preferiti. E doveva respingere con meraviglia un cambiamento improvviso nel linguaggio, quasi a intuire un mutamento nella scena che di lì a poco si sarebbe sviluppata.

Il lettore non può essere unicamente condotto nel percorso narrativo da accadimenti di vita; né può piegarsi a virate di pensiero senza che vi sia nondimeno uno sviluppo linguistico. Mi spiego.
Accade un lutto importante. La moglie, ora vedova, muta di necessità le sue espressioni: più rassegnate, più calme o più isteriche, più affrante o più inquiete; perché non lavorare sugli aggettivi, sugli avverbi, sulla semantica, sul timbro, sul ritmo, sulle pause, sulle interiezioni, sulle congiunzioni, sulle preposizioni. Per completare l’idea del cambiamento in atto nella vita della signora travolta dal dolore della perdita.
I complessi legami linguistici in un individuo, che sono disposti armonicamente dallo scrittore, forniscono altrettanta complessità al romanzo, lo rendono profondo, oltre che più interessante.
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Commenti

Bel blog, ti ho scoperto tramite Lipperatura, ora non ho tempo per leggere ed eventualmente commentare i vecchi post, ma intanto ti metto tra i feed!

Grazie Zadigone. A presto.

E pensa, quale potrebbe essere, la caratterizzazione del linguaggio, durante un'ubriacatura...

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